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(A partire dal caso De Pau, ma molto oltre il caso De Pau)
Di Avv. Emilio Malaspina e Avv. Angela Speranza Russo

Non è follia: è responsabilità.
E il risultato che abbiamo ottenuto lo dimostra.

In questi giorni abbiamo sentito dire molte cose sulla violenza, sulla follia, sui traumi, sul “povero uomo abbandonato dal sistema”.
È un refrain che ritorna puntuale ogni volta che un uomo esercita violenza estrema contro una donna: si cercano giustificazioni, si costruiscono narrazioni salvifiche, si trasformano i carnefici in vittime di un mondo crudele.

È accaduto anche nel processo a Giandavide De Pau.
Un caso duro, complesso, che ha fatto rumore per la brutalità dei fatti e per il tentativo di spiegare tutto attraverso l’ennesimo “crollo psichico”.

Eppure, se c’è una cosa che questo processo ha chiarito con forza, è che non era follia. Era scelta.
E una scelta lucida comporta una responsabilità piena.

Nel corso delle udienze abbiamo ascoltato una narrazione che abbiamo già visto troppe volte:
quella dell’uomo fragile, traumatizzato, cresciuto nel dolore, ignorato dalle istituzioni, rifiutato da tutti.
Una storia emotivamente potente, certo, ma lontana anni luce dai fatti.

Perché i fatti — quelli veri — raccontano di un uomo:

  • capace di scegliere,
  • capace di pianificare,
  • capace di mentire,
  • capace di orientare i propri comportamenti,
  • capace di colpire chi riteneva più vulnerabile, più sola, più invisibile,
  • capace di restare in silenzio per tre anni, senza rivolgere una sola parola di scuse.

Ed è stato questo il cuore del nostro lavoro come parte civile:

  • Riportare la responsabilità al centro.
  • Rimettere al centro le vittime.
  • Rimettere al centro la verità.

E questo è il risultato che abbiamo ottenuto.

Oltre il caso De Pau: il principio

Un risultato che non riguarda solo un processo, ma un principio:

  • la violenza maschile non può essere giustificata con la psicologia di comodo;
  • non ogni aggressione è follia;
  • non ogni omicidio è un raptus;
  • non ogni violenza è il frutto di una mente fragile.

Molto più spesso — e chi lavora sul campo lo sa — la violenza nasce da un’idea di possesso, da una cultura di dominio, da un disprezzo antico verso le donne.
Nasce da una gerarchia, non da un’ombra psichiatrica.

E mentre questo processo si chiudeva, pensavamo non solo alle donne coinvolte in questa vicenda, ma a tutte le donne che oggi vivono paura.

Paura di parlare.
Paura di essere giudicate.
Paura di non essere credute.
Paura che “tanto non cambia niente”.

A loro vogliamo dire questo:
non siete voi a dover giustificare la violenza che subite.
È chi vi fa del male che deve essere fermato.

Quando una donna arriva da noi, spesso confusa, spesso in difficoltà, la prima cosa che fa è minimizzare:

  • “È colpa mia.”
  • “Forse ho esagerato.”
  • “Non è cattivo, è fragile.”

No.
Non siete voi ad aver esagerato.

La violenza comincia sempre piano, ma non resta mai così.
Non migliora.
Cresce.
E prima che diventi irreparabile bisogna intervenire.

Scriviamo questo articolo perché il caso De Pau, con tutto il rumore che ha fatto, ci consegna una verità molto semplice:

La violenza non si ferma cercando scuse per lui,
ma offrendo protezione a lei.

Ed è questo l’unico risultato che davvero conta:

  • aver riportato la responsabilità dove doveva stare,
  • aver ottenuto giustizia per chi non può più parlare,
  • e sapere che, ogni giorno, possiamo fare lo stesso per chi è ancora viva e ha bisogno di essere aiutata.

Se stai leggendo queste righe e senti che qualcosa nella tua vita “non torna”,
non ignorare quella sensazione.
Parlane. Non sei sola.

Perché scriviamo questo articolo

Scriviamo questo articolo perché la narrazione del “carnefice-vittima” funziona.

Funziona perché rassicura.
Perché ci permette di pensare che la violenza sia un incidente della mente, non una scelta.
Perché, in fondo, è più semplice trasformare lui nel protagonista sofferente,
mentre lei scompare nel silenzio.

Ma la verità è un’altra:

molto spesso, la violenza è una scelta.

Una scelta che nasce da:

  • un modello culturale,
  • un’idea di possesso,
  • un’educazione sbagliata,
  • un disprezzo antico verso le donne.

E questo non riguarda solo De Pau: riguarda tutti i casi che ogni giorno entrano negli studi legali, nelle procure, nei tribunali.

Ogni giorno — nel nostro studio, nelle aule, nell’associazione Per Marta e Per Tutte — incontriamo donne che cercano protezione e famiglie che cercano giustizia.
Il nostro lavoro non è teorico.
È concreto.
È fatto di vittime vere, storie vere, ferite vere.

E dopo aver ascoltato tante narrazioni che salvano il carnefice, riteniamo sia doveroso dire una cosa chiara:

non tutto è follia.
Molto è responsabilità.
E la responsabilità non può essere mascherata per proteggere chi ha distrutto vite umane.